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filippo giuseppe di bennardo

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“(...) la sua poesia cola come lava sul costone della montagna, non inframmezzata da punteggiatura – neppure il punto fermo in fine di lirica interrompe la colata – è anzi lasciata libera di scorrere, liquida e vorticosa (...) i versi sono scanditi, pur nella libertà del verso, da precise scansioni semantiche: sono versi brevi e franti, talvolta quasi scalpellati nella materia con la perizia dello scultore che cerca quella forma e nessun’altra. (...) Ogni parola, dunque, deve essere scavata (con un procedimento che riporta alla poetica ungarettiana del porto sepolto), deve riemergere da un magma indistinto e brillare di nuovo senso; (...) la musicalità è tutta affidata a sottili vibrazioni come allitterazioni e cambi di vocali e consonanti.”

Bianca Cerulli, prefazione a PIÙ DEL SOEGNO, Ed. Montedit, Milano 2000, pp. 34