BresciaUP
marzo 2010
intervista di Oscar Tinti
Dopo mesi di caccia e rincorse a un personaggio conosciuto e riconosciuto a livello internazionale per le sue ricerche nell’ambito della letteratura e della filologia, finalmente sono riuscito a sedermi davanti a Di Bennardo e a porgli le mie domande, cogliendo l’occasione dell’uscita di una sua biografia sulla poetessa Alda Merini, recentemente scomparsa.
Prima di entrare nel suo argomento preferito, Alda Merini, mi incuriosisce sapere il motivo per cui lei da sempre è stato attratto, nei suoi studi e nelle sue pubblicazioni, dall’universo della scrittura femminile.
Occorre partire da un presupposto che io definisco come il ‘debito storico’ che l’umanità ha nei confronti della donna. Dal neolitico in poi si è relegata la donna unicamente alla sfera del privato. La donna, fino a pochi anni fa, non poteva avere un ruolo pubblico, quindi non poteva scrivere, comporre, dipingere, suonare, essere un leader, essere una donna conosciuta. L’esserlo la classificava difatti subito come una donna pubblica (che differente invece il significato di uomo pubblico!).
Lo sviluppo dell’umanità, lo sviluppo del pensiero, ha così perso tanto. Cominciando dalla assenza della donna come apportatrice del genio femminile (così per dire un titolo) in ogni ambito dello scibile umano.
Mi collego all’ultima parte della sua risposta e le chiedo: che considerazione ha delle culture o delle religioni in cui la donna vive una situazione peggiore.
Penso semplicemente che io, e chi come me ha questa sensibilità, deve rimboccarsi le maniche e costruire delle prerogative culturali che servano a fondare una società nuova formata dall’apporto femminile e maschile insieme. Ma, mi creda, anche noi ne siamo ancora ben lontani. Ho avuto modo di approfondire questo tema ed ho impartito lezioni in alcuni corsi di dottorato in Cile ed in Spagna e sempre, sempre, arrivo alla conclusione che dobbiamo ancora concretamente capire e riconoscere che la donna esiste.
Veniamo alla sua passione per la poetessa milanese, quando è iniziata?
Mercedes Arriaga Flórez, Ordinario di Letteratura Italiana dell’Università di Siviglia (E), mi regalò nel 1999, un suo libro, La presenza di Orfeo, dicendomi: “Se ti conosco bene, credo che ti piacerà”. Da allora la Merini è stata la mia segreta amante, la donna con la quale ho passato ore ed ore, notti e notti… L’ho segretamente amata, invidiata, seguita. L’ho studiata, ho dedicato le mie capacità perché la poesia della Merini fosse sempre più conosciuta e capita. La sua poesia ha senz’altro segnato la mia vita, la mia persona.
Leggendo la sua bibliografia ho notato che la prima edizione del volume Poesia e Follia. Alda Merini. La follia della poesia uscì già nel giugno del 2009, quando la poetessa era ancora in vita. Trovo singolare la scelta di documentare la vita di un’artista quando non si può ancora considerare completo l’arco della sua vita e della sua produzione. Mi racconta come mai ha fatto questa scelta?
Ha perfettamente ragione. Ci sono stati due motivi che mi hanno comunque spinto a scrivere la sua biografia. Il primo fu la richiesta, avuta dai lettori soprattutto non italiani, che avevano conosciuto la poetessa grazie alle prime traduzioni delle sue liriche in spagnolo, grazie alle mie precedenti opere e grazie ai corsi di dottorato, nel corso dei quali sempre ho parlato e parlo di lei. Il secondo è stata la passione e la gratitudine che mi ha sempre animato verso Alda Merini. Mi sembrava impossibile che la sua vita non venisse raccolta in una biografia (pur essendo ancora lei viva). Così è nata l’idea. Ma quest’ultimo volume Poesia e follia. Alda Merini. La follia della poesia non è unicamente un approccio alla vita della poetessa milanese, vuole essere anche un modesto ‘invito alla lettura’, dove traccio le tematiche fondamentali della sua produzione poetica inserendo la poetessa in un contesto transnazionale e postmoderno, o come io preferisco meglio definirlo, transmoderno.
Lei è una figura poliedrica. In Filippo Giuseppe di Bennardo troviamo un ricercatore, un saggista, un traduttore, un poeta. Quale di questi ruoli la definisce meglio?
Posso essere completamente franco? Guardi, le rispondo con un verso della Merini, di una poesia della sua prima produzione poetica: “io mi guadagno palmo a palmo il giorno”. Questo credo mi definisca. Amo guadagnarmi la vita ogni giorno, amo palpare lo spazio davanti a me con le mani e affondare le unghie nella viva terra per strappare lembi di Vita allo scorrere del tempo, amo scavare le mie sensazioni per estrarre piccole e personali verità, così che la mia parola non sia come pigiare acqua.
Ho avuto il sempre-vivo-profondo desiderio di scrutare la verità, cercata e contemplata non come realtà che sovrasta ed annulla la personalità individuale, ma come un impellente appello-interrogativo che scava le viscere dal profondo e al contempo dà motivo di vita, sazia l’arsura-mai-paga del chiedersi perché uomo.
Sono e sono stato un uomo sereno e mai soddisfatto, che lotta con se stesso pur di poter continuare la ricerca per scoprire la altrui e propria voce nella moltidudine.
Devo comunque confessare che nella mia vita ho sempre fatto ciò che mi è piaciuto, anche a livello professionale. È un privilegio lo so, e le cose che ha prima menzionato le ho fatte e le faccio perché… mi piacciono.
Qual è la critica che ha ricevuto più frequentemente?
Tante, ma quella che spesso mi ha fatto, e fa, sorridere è che rimango poeta nel far critica letteraria. Devo confessare che in me vivono costantemente due parti: la prima che è mecenate dell’altra. E la seconda che è ispiratrice della prima. Io condivido la critica che mi viene spesso posta: rimango un poeta, nel linguaggio, quando scrivo, quando faccio critica. Ma, per dirla tutta, a me sembra un pregio e non un difetto.
Come, e quando, si è avvicinato alla poesia diventandone un protagonista?
Sarebbe come se io le chiedessi quando lei ha scoperto di essere Oscar Tinti. Non so risponderle. So solamente che io devo scrivere e che l’ho sempre fatto con più o meno coscienza. La poesia è ció che serbo oltre il tempo per me, e per gli altri. È la segreta-intima-vitale-linfa che produce “pensiero”, “stile di vita”, “atti”; che si trasforma nel vissuto di un uomo che pur vivendo profondamente le realtà umane dove man mano si inserisce, lascia libere le briglie del proprio andare.
Nelle sue liriche trapela fortemente la celebrazione della solitudine, della sua solitudine, che sembra averla accompagnata da sempre. In “Solitdario”, ad esempio, Si nota una certa dose di innamoramento da parte sua verso questa condizione umana. Mi sbaglio?
Non si sbaglia affatto. A patto però che lei tolga, o meglio, recuperi un’accezione della solitudine nella quale non emerga la tristezza, lo stare solo, il piagnisteo e cose del genere. Le do alcune chiavi di lettura della mia poesia, e soprattutto di alcuni termini presenti nella mia produzione poetica e che spesso vengono utilizzati in senso restrittivo. In me, e nella mia poesia, mi vedo - e spero proprio che questo non suoni autocelebrativo - come un uomo che vive... fino a scoprire il silenzio come il tempo nel quale è possibile felicemente “stare” in ricerca di ciò che trascende e dà radici al vivere; un uomo che vive... fino a scoprire la solitudine come quello spazio vitale, indispensabile, dove si forgia il dialogo; che vive... il deserto come quell’ “altare di luce” dove “bruciare” come nuovo sacrificio la gioia, il pianto, il vissuto; che vive... fino a scoprire la notte, il buio (anche esistenziale) come parte integrante della vita, non accantonabile, preludio indispensabile al nuovo giorno.
Ecco, adesso si, mi risulta doveroso dirle che ha proprio ragione, sono innamorato (anche) della solitudine.
Due domande intime, se me le consente. Chi può farla innamorare oggi? E se succede, vive un’ispirazione poetica?
Ma come le ho poc’anzi detto… io sono innamorato, vivo costantemente innamorato. Vivo in una situazione, forse per la sensibilità che mi porto… dentro, innamorato della vita, della mia vita. Ma lei forse si riferiva ad una donna?
E l’ispirazione poetica non guarda in faccia a niente e nessuno. L’anno scorso ho scritto una certa quantità di liriche, quella che più a me piace l’ho scritta in autostrada. Ma le spiego di più. Ero in viaggio da Siviglia a Malaga per una conferenza, quindi pensavo e riflettevo sui punti fondamentali che avrei esposto. Ad un certo punto ho dovuto fermarmi, in una piazzetta d’emergenza, erano le 9.47 dell’1 febbraio 2009, perché avevo la necessità, l’esigenza, di scrivere. Non avevo un pensiero chiaro su cosa esprimere o un verso che mi ronzasse nella testa, no. Solamente il vuoto. Mi sono fermato e di getto, letteralmente di getto, ho dovuto scrivere. Ne è nata una delle liriche che più mi definiscono:
Quando al mattino
d’ogni profondo e vero “nunc”
mi guardo
e allo specchio vedo
un viso
con già segnate
le cicatrici del tempo
e tra le rughe
noto cosa si cela
dietro la deposta
e stanca armatura
sorrido
di radente felicità
perché sì
ciò che vedo
è un uomo!
E a me
quell’uomo piace.
Ha fissato la sua dimora nell’entroterra bresciano del Lago di Garda. C’è un motivo che l’ha spinta a fare questa scelta?
Dopo trent’anni di ‘nomadismo’, tra Svizzera e Francia, tra Spagna e Sud America, ho scelto di venire a vivere (e non tornare) in una zona che per le sue bellezze mi ha sempre affascinato e dove ho vissuto la mia adolescenza. Sono circondato da un paesaggio agreste e nei pressi del Lago di Garda. Penso sia stata una ottima scelta. Non crede?
Prima di entrare nel suo argomento preferito, Alda Merini, mi incuriosisce sapere il motivo per cui lei da sempre è stato attratto, nei suoi studi e nelle sue pubblicazioni, dall’universo della scrittura femminile.
Occorre partire da un presupposto che io definisco come il ‘debito storico’ che l’umanità ha nei confronti della donna. Dal neolitico in poi si è relegata la donna unicamente alla sfera del privato. La donna, fino a pochi anni fa, non poteva avere un ruolo pubblico, quindi non poteva scrivere, comporre, dipingere, suonare, essere un leader, essere una donna conosciuta. L’esserlo la classificava difatti subito come una donna pubblica (che differente invece il significato di uomo pubblico!).
Lo sviluppo dell’umanità, lo sviluppo del pensiero, ha così perso tanto. Cominciando dalla assenza della donna come apportatrice del genio femminile (così per dire un titolo) in ogni ambito dello scibile umano.
Mi collego all’ultima parte della sua risposta e le chiedo: che considerazione ha delle culture o delle religioni in cui la donna vive una situazione peggiore.
Penso semplicemente che io, e chi come me ha questa sensibilità, deve rimboccarsi le maniche e costruire delle prerogative culturali che servano a fondare una società nuova formata dall’apporto femminile e maschile insieme. Ma, mi creda, anche noi ne siamo ancora ben lontani. Ho avuto modo di approfondire questo tema ed ho impartito lezioni in alcuni corsi di dottorato in Cile ed in Spagna e sempre, sempre, arrivo alla conclusione che dobbiamo ancora concretamente capire e riconoscere che la donna esiste.
Veniamo alla sua passione per la poetessa milanese, quando è iniziata?
Mercedes Arriaga Flórez, Ordinario di Letteratura Italiana dell’Università di Siviglia (E), mi regalò nel 1999, un suo libro, La presenza di Orfeo, dicendomi: “Se ti conosco bene, credo che ti piacerà”. Da allora la Merini è stata la mia segreta amante, la donna con la quale ho passato ore ed ore, notti e notti… L’ho segretamente amata, invidiata, seguita. L’ho studiata, ho dedicato le mie capacità perché la poesia della Merini fosse sempre più conosciuta e capita. La sua poesia ha senz’altro segnato la mia vita, la mia persona.
Leggendo la sua bibliografia ho notato che la prima edizione del volume Poesia e Follia. Alda Merini. La follia della poesia uscì già nel giugno del 2009, quando la poetessa era ancora in vita. Trovo singolare la scelta di documentare la vita di un’artista quando non si può ancora considerare completo l’arco della sua vita e della sua produzione. Mi racconta come mai ha fatto questa scelta?
Ha perfettamente ragione. Ci sono stati due motivi che mi hanno comunque spinto a scrivere la sua biografia. Il primo fu la richiesta, avuta dai lettori soprattutto non italiani, che avevano conosciuto la poetessa grazie alle prime traduzioni delle sue liriche in spagnolo, grazie alle mie precedenti opere e grazie ai corsi di dottorato, nel corso dei quali sempre ho parlato e parlo di lei. Il secondo è stata la passione e la gratitudine che mi ha sempre animato verso Alda Merini. Mi sembrava impossibile che la sua vita non venisse raccolta in una biografia (pur essendo ancora lei viva). Così è nata l’idea. Ma quest’ultimo volume Poesia e follia. Alda Merini. La follia della poesia non è unicamente un approccio alla vita della poetessa milanese, vuole essere anche un modesto ‘invito alla lettura’, dove traccio le tematiche fondamentali della sua produzione poetica inserendo la poetessa in un contesto transnazionale e postmoderno, o come io preferisco meglio definirlo, transmoderno.
Lei è una figura poliedrica. In Filippo Giuseppe di Bennardo troviamo un ricercatore, un saggista, un traduttore, un poeta. Quale di questi ruoli la definisce meglio?
Posso essere completamente franco? Guardi, le rispondo con un verso della Merini, di una poesia della sua prima produzione poetica: “io mi guadagno palmo a palmo il giorno”. Questo credo mi definisca. Amo guadagnarmi la vita ogni giorno, amo palpare lo spazio davanti a me con le mani e affondare le unghie nella viva terra per strappare lembi di Vita allo scorrere del tempo, amo scavare le mie sensazioni per estrarre piccole e personali verità, così che la mia parola non sia come pigiare acqua.
Ho avuto il sempre-vivo-profondo desiderio di scrutare la verità, cercata e contemplata non come realtà che sovrasta ed annulla la personalità individuale, ma come un impellente appello-interrogativo che scava le viscere dal profondo e al contempo dà motivo di vita, sazia l’arsura-mai-paga del chiedersi perché uomo.
Sono e sono stato un uomo sereno e mai soddisfatto, che lotta con se stesso pur di poter continuare la ricerca per scoprire la altrui e propria voce nella moltidudine.
Devo comunque confessare che nella mia vita ho sempre fatto ciò che mi è piaciuto, anche a livello professionale. È un privilegio lo so, e le cose che ha prima menzionato le ho fatte e le faccio perché… mi piacciono.
Qual è la critica che ha ricevuto più frequentemente?
Tante, ma quella che spesso mi ha fatto, e fa, sorridere è che rimango poeta nel far critica letteraria. Devo confessare che in me vivono costantemente due parti: la prima che è mecenate dell’altra. E la seconda che è ispiratrice della prima. Io condivido la critica che mi viene spesso posta: rimango un poeta, nel linguaggio, quando scrivo, quando faccio critica. Ma, per dirla tutta, a me sembra un pregio e non un difetto.
Come, e quando, si è avvicinato alla poesia diventandone un protagonista?
Sarebbe come se io le chiedessi quando lei ha scoperto di essere Oscar Tinti. Non so risponderle. So solamente che io devo scrivere e che l’ho sempre fatto con più o meno coscienza. La poesia è ció che serbo oltre il tempo per me, e per gli altri. È la segreta-intima-vitale-linfa che produce “pensiero”, “stile di vita”, “atti”; che si trasforma nel vissuto di un uomo che pur vivendo profondamente le realtà umane dove man mano si inserisce, lascia libere le briglie del proprio andare.
Nelle sue liriche trapela fortemente la celebrazione della solitudine, della sua solitudine, che sembra averla accompagnata da sempre. In “Solitdario”, ad esempio, Si nota una certa dose di innamoramento da parte sua verso questa condizione umana. Mi sbaglio?
Non si sbaglia affatto. A patto però che lei tolga, o meglio, recuperi un’accezione della solitudine nella quale non emerga la tristezza, lo stare solo, il piagnisteo e cose del genere. Le do alcune chiavi di lettura della mia poesia, e soprattutto di alcuni termini presenti nella mia produzione poetica e che spesso vengono utilizzati in senso restrittivo. In me, e nella mia poesia, mi vedo - e spero proprio che questo non suoni autocelebrativo - come un uomo che vive... fino a scoprire il silenzio come il tempo nel quale è possibile felicemente “stare” in ricerca di ciò che trascende e dà radici al vivere; un uomo che vive... fino a scoprire la solitudine come quello spazio vitale, indispensabile, dove si forgia il dialogo; che vive... il deserto come quell’ “altare di luce” dove “bruciare” come nuovo sacrificio la gioia, il pianto, il vissuto; che vive... fino a scoprire la notte, il buio (anche esistenziale) come parte integrante della vita, non accantonabile, preludio indispensabile al nuovo giorno.
Ecco, adesso si, mi risulta doveroso dirle che ha proprio ragione, sono innamorato (anche) della solitudine.
Due domande intime, se me le consente. Chi può farla innamorare oggi? E se succede, vive un’ispirazione poetica?
Ma come le ho poc’anzi detto… io sono innamorato, vivo costantemente innamorato. Vivo in una situazione, forse per la sensibilità che mi porto… dentro, innamorato della vita, della mia vita. Ma lei forse si riferiva ad una donna?
E l’ispirazione poetica non guarda in faccia a niente e nessuno. L’anno scorso ho scritto una certa quantità di liriche, quella che più a me piace l’ho scritta in autostrada. Ma le spiego di più. Ero in viaggio da Siviglia a Malaga per una conferenza, quindi pensavo e riflettevo sui punti fondamentali che avrei esposto. Ad un certo punto ho dovuto fermarmi, in una piazzetta d’emergenza, erano le 9.47 dell’1 febbraio 2009, perché avevo la necessità, l’esigenza, di scrivere. Non avevo un pensiero chiaro su cosa esprimere o un verso che mi ronzasse nella testa, no. Solamente il vuoto. Mi sono fermato e di getto, letteralmente di getto, ho dovuto scrivere. Ne è nata una delle liriche che più mi definiscono:
Quando al mattino
d’ogni profondo e vero “nunc”
mi guardo
e allo specchio vedo
un viso
con già segnate
le cicatrici del tempo
e tra le rughe
noto cosa si cela
dietro la deposta
e stanca armatura
sorrido
di radente felicità
perché sì
ciò che vedo
è un uomo!
E a me
quell’uomo piace.
Ha fissato la sua dimora nell’entroterra bresciano del Lago di Garda. C’è un motivo che l’ha spinta a fare questa scelta?
Dopo trent’anni di ‘nomadismo’, tra Svizzera e Francia, tra Spagna e Sud America, ho scelto di venire a vivere (e non tornare) in una zona che per le sue bellezze mi ha sempre affascinato e dove ho vissuto la mia adolescenza. Sono circondato da un paesaggio agreste e nei pressi del Lago di Garda. Penso sia stata una ottima scelta. Non crede?
Le sembrerà strano, ma non è usuale trovarsi di fronte ad una persona che vive della e per la scrittura. Mi sorge quindi una domanda che forse le parrà bizzarra. Come vive le sue giornate?
Sa che non saprei risponderle? Escludendo ovviamente gli impegni lavorativi vivo una vita normalissima (credo!). La vivo comunque così intensamente che tutto lo reputo estremamente unico, importante. Tanto che arriva l’ora di andare a letto e non mi sono accorto del tempo che è passato e non ho mai terminato tutto quello che avevo in testa.
Che libro si porterebbe su un isola deserta?
Non me ne voglia la Merini, ma porterei con me l’opera poetica di Giuseppe Ungaretti e dentro nasconderei la Divina Commedia del nostro amatissimo Alighieri. Il secondo perché è stato un architetto del verso: con la parola ha saputo costruire perfette cattedrali gotiche, e il primo perché ha cercato e ritrovato il senso della parola.
Ha vissuto in varie città italiane, europee e americane. Come mantiene le relazioni con le persone che ha conosciuto, con gli amici che immagino avrà in così tanti posti?
La ringrazio per avermi posto questa domanda perché mi dà motivo di svelarle una parte che reputo molto importante di me. Ho sempre vissuto come qualcuno che vuole scavare la propria umanità fino a scoprire le radici del vivere quotidiano. Un uomo che sceglie di lasciarsi costruire da ogni incontro al di là dei timori che indubitabilmente incontrare l’altro comporta. Un uomo che ama vivere le asprezze di questa vita date dal corrodersi della persona nell’incontrare l’intimità di chi gli vive accanto o di chi lo sfiora nel presente. Un uomo che cerca così di poter dare un “corpo” alle relazioni che si intrecciano in “segreti diamantini tessuti vitali”. Quindi le relazioni che nascono da questa vita sono senz’altro relazioni profonde, vere e ... ‘per sempre’. Le persone che ho ‘incontrato’ nella mia vita mi hanno costituito. Io sono composto, costituito, da loro. E loro, quindi, vivono in me. Come mantenere concretamente, logisticamente, queste relazioni lo lascio poi ‘giocare’ al tempo, alle situazioni.
Un’ultima domanda: che progetti ha sulla scrivania in questo periodo?
Sto istituendo dei corsi di scrittura creativa nei quali insegno la tecnica per la composizione della poesia haiku. A tal proposito ho in mente anche un libro, che ho già abbozzato, che ha la presunzione di inserire la produzione poetica degli haiku dentro la poesia italiana (non me ne vogliate) dal gruppo del ’63 in avanti. E un secondo progetto, in collaborazione con il Gruppo di Ricerca Universitario Spagnolo al quale appartengo, è di proporre un’antologia di scrittrici siciliane. È un progetto che mi impegnerà alcuni anni, ma nel quale credo.
Mi deve scusare: poc’anzi, prima che mi porgesse l’ultima domanda, ho dato una sbirciata ai suoi appunti ed ho notato che ha messo un sottotitolo al mio nome dove ha menzionato le attività professionali che ho affrontato e ha terminato l’elenco con “… uomo”.
Volevo ringraziarla per questa aggiunta. È per me molto importante! Qualsiasi sia ciò che ho fatto, qualsiasi sia l’attività che la comunità sociale mi abbia chiesto o che ho offerto, mai ho voluto dimenticarmi che sono, e voglio essere, un uomo. Tutto d’un pezzo. Parte di questa meravigliosa e dignitosa comunità sociale che voglio/devo amare e servire. È questo un grande dono che porto dentro me grazie all’integrità e amore di mio padre e mia madre che mai sufficientemente ringrazierò.



