L’acuta prefazione di Bianca Cerulli individua nella definizione “La parola è aratro”, data dal poeta, una sorta di dichiarazione di poetica in grado di aiutarci a capire la necessità di “solcare, faticosamente ma senza sosta, l’indifferenza di una comunicazione vuota i cui segni non corrispondono ai sogni”.
A sua volta Mercedes Arriaga Flórez, nella bella postfazione, osserva che “il segno e il sogno fondono e confondono le loro acque nel punto dove l’anima svela se stessa, dove il mondo si fa insufficiente, sarà per questo che soltanto il segno e la scrittura possono condurci nell’al di là: al di là di una vita-Cenerentola, al di là delle punizioni del mondo”.
Filippo G. Di Bennardo, poeta lucidamente ricco e nitidamente nudo (“scarno e bello”, recita la prefazione) vaga inquieto “con lo sguardo assente | di chi cerca e non sa | cos’ha perduto”. Il suo innato cosmopolitismo, il suo inarrestabile errare potrebbero essere paragonati al battito d’ali d’una continua “migrazione”, come si legge in una delle poesie della raccolta. Il poeta intende la libertà e la vita come un febbrile, furtivo viaggiare.
Non c’è esibizionismo né cinismo in certe sue confessioni, come quando ricorda di aver “sbattuto la porta” senza pentimento alcuno. Si intravede semmai, tra le righe, un evidente senso di colpa, un malessere esistenziale con tendenze anche autolesionistiche, la rabbia di chi non riesce a “bruciare” l’indifferenza di “contorte menti”, e tuttavia è convinto che la poesia, alla fine, possa e debba vincere.
Di Bennardo sa bene che “non una certezza | permette di adagiar(si) | in conosciuto riposo”, sicché questo suo incerto consumarsi all’aperto e “in penombra” come un qualsiasi vagabondo, esposto alle intemperie “sotto una pioggia di tristezza”, diviene la sua vera forza. “Inginocchiato in umiltà” il poeta lascia che i sogni, spegnendosi lentamente, si trasformino in segni,
cioè in poesia.
Ed è alla magia della poesia che egli si aggrappa, felice dell’unico ruolo in cui sappia riconoscersi: penetrare e interpretare il buio della notte, come la “poesia | (...) che buca il cielo | col suo pulito”. Più che debitrice della lezione ungarettiana, questa originale forma di metapoesia sembrerebbe vicina allo sperimentalismo agro-dolce e onirico (talvolta pungente e sardonico: “...e Orfeo ...non poteva mancare!”) di Palazzeschi.
Francesco De Napoli
A sua volta Mercedes Arriaga Flórez, nella bella postfazione, osserva che “il segno e il sogno fondono e confondono le loro acque nel punto dove l’anima svela se stessa, dove il mondo si fa insufficiente, sarà per questo che soltanto il segno e la scrittura possono condurci nell’al di là: al di là di una vita-Cenerentola, al di là delle punizioni del mondo”.
Filippo G. Di Bennardo, poeta lucidamente ricco e nitidamente nudo (“scarno e bello”, recita la prefazione) vaga inquieto “con lo sguardo assente | di chi cerca e non sa | cos’ha perduto”. Il suo innato cosmopolitismo, il suo inarrestabile errare potrebbero essere paragonati al battito d’ali d’una continua “migrazione”, come si legge in una delle poesie della raccolta. Il poeta intende la libertà e la vita come un febbrile, furtivo viaggiare.
Non c’è esibizionismo né cinismo in certe sue confessioni, come quando ricorda di aver “sbattuto la porta” senza pentimento alcuno. Si intravede semmai, tra le righe, un evidente senso di colpa, un malessere esistenziale con tendenze anche autolesionistiche, la rabbia di chi non riesce a “bruciare” l’indifferenza di “contorte menti”, e tuttavia è convinto che la poesia, alla fine, possa e debba vincere.
Di Bennardo sa bene che “non una certezza | permette di adagiar(si) | in conosciuto riposo”, sicché questo suo incerto consumarsi all’aperto e “in penombra” come un qualsiasi vagabondo, esposto alle intemperie “sotto una pioggia di tristezza”, diviene la sua vera forza. “Inginocchiato in umiltà” il poeta lascia che i sogni, spegnendosi lentamente, si trasformino in segni,
cioè in poesia.
Ed è alla magia della poesia che egli si aggrappa, felice dell’unico ruolo in cui sappia riconoscersi: penetrare e interpretare il buio della notte, come la “poesia | (...) che buca il cielo | col suo pulito”. Più che debitrice della lezione ungarettiana, questa originale forma di metapoesia sembrerebbe vicina allo sperimentalismo agro-dolce e onirico (talvolta pungente e sardonico: “...e Orfeo ...non poteva mancare!”) di Palazzeschi.
Francesco De Napoli



