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filippo giuseppe di bennardo

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Tu mi hai detto della tua 'parola' raccontandomi quale vissuto l'ha provocata, dicendomi soprattutto “io mi penso in versi”, ma non ho voluto conoscere di più, assaporando piuttosto la gioia dell''incontro. Ho voluto mettermi di fronte al tuo 'pensarti in versi' e leggerti, lasciando che fosse la parola stessa, ascoltata, osservata, riletta, a dire non solo di te, ma anche di me.

“Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso.”

C’eravamo in tanti quando l'intenso Ungaretti scriveva così.

E non è forse in questo bisogno di cercare dentro, e di trovare, che sta il “fare poetico”?

Se poi la ‘malattia’ dello scrivere persiste, non si può fare altro che accettarla, anche se il rischio del contagio è grande. Ma, come dice qualcuno, di qualcosa bisogna pur morire, anche se c’è chi si ostina a morir sano.
Di fatto noi poco a poco moriamo, ‘perdendoci’ nella vita che, vissuta, doniamo.
Perché, cos’altro è una poesia se non vita vissuta e qui donata?

“La mia poesia / sono errori corretti” avrei detto io, e tu che “E’ sole / tra i viluppi / di erbe emotive / e cani / randagi di sentimenti” .

Ed è vero. Tutto vero. Come è vero il silenzio di chi non dice perché non ha parole. Come è vero il canto del vento prigioniero di un ramo. Come è vero un tramonto, un germoglio, il colore profumato d’un fiore. Come è vero il buio, la luce, il gelo ed il calore. Come è vero ogni timido battito di cuore…

E’ tutto vero, sì, quello che vive in quanto tale, anche il dolore. Tranne l’ipocrisia, la doppiezza, il rancore che, pur essendoci, e quanto, mai riusciranno a conoscere la bellezza di tutto questo vero.

Sapendo che bene si sta quando, soli, ci si ritrova parte indispensabile del tutto.

Leopoldo Verona, prefazione a Solitdario, Ed. Zanetto, Brescia, 2006